Il profitto non basta più

L’attuale fase dell’economia di mercato (che potremmo chiamare capitalismo finanziario-individualista) nasce da un pessimismo antropologico che risale almeno a Hobbes. Una grande ipotesi su cui sia la teoria economica sia il sistema economico poggiano è l’assunto che gli esseri umani sono opportunisti e auto-interessati, ed è dunque naïf pensare che possano seriamente impegnarsi per motivazioni più alte dell’interesse (come il Bene comune).

 

Rivelativo è a questo riguardo un passaggio di uno dei fondatori dell’economia del Novecento, l’italiano Maffeo Pantaleoni, il quale in un suo famoso scritto sfidava «gli economisti ottimisti» a dimostrare che le motivazioni che portano «gli spazzini a spazzare le strade, la sarta a fare un abito, il tranviere a fare 12 ore di servizio sul tram, il minatore a scendere nella mina, l’agente di cambio ad eseguire ordini, il mugnaio a comperare e vendere il grano, il contadino a zappare la terra, ecc. [fossero] l’onore, la dignità, lo spirito di sacrificio, l’attesa di compensi paradisiaci, il patriottismo, l’amore del prossimo, lo spirito di solidarietà, l’imitazione degli antenati e il bene dei posteri [e non] soltanto un genere di tornaconto che chiamasi economico» (Pantaleoni 1925, I, p. 217).

 

In questa tesi c’è forse realismo, ma certamente ritroviamo un certo cinismo e una certa parsimonia etica, una tesi che è in assoluto tra quelle più radicate nell’immaginario collettivo della nostra cultura economica e non solo di questa. In realtà, la storia ci mostra che c’è tanta gente che si alza al mattino per lavorare, vendere, intraprendere, scambiare, anche per ideali e passioni, e non solo per la ricerca del tornaconto economico.

 

Negli stessi tram ci sono, sedute fianco a fianco, persone che camminano verso i luoghi di lavoro spinte da motivazioni diverse e più grandi della (pur nobile) ricerca del tornaconto personale: i luoghi dell’economia sono abitati da persone diverse, e non sono più serie e scientifiche le motivazioni strumentali e autointeressate di quelle intrinseche e pro-sociali. Al tempo stesso, le varie forme di motivazioni convivono dentro la stessa persona, che è in se stessa realtà plurale e pluralistica all’interno della quale si svolge l’eterna lotta tra le varie spinte da cui siamo abitati, con cui conviviamo e cresciamo nell’arco dell’intera esistenza. L’economia come scienza, però, ha scelto di basarsi sulle passioni più semplici e tristi dell’essere umano, e per questo tende a guardarlo tendenzialmente come un opportunista e un furbo che non si impegna e comporta correttamente se non ha opportuni incentivi o controlli e sanzioni.

 

E ora veniamo alle due domande preliminari. La prima: di che cosa parliamo quando parliamo di mercato e di economia di mercato? Parliamo precisamente del mercato così come lo viviamo e lo vediamo tutti i giorni nelle scelte reali e quotidiane, nostre e degli altri. È il mercato del senso comune, degli scambi quotidiani con «il macellaio, il birraio e il fornaio» di cui parlava Smith, anche quando acquistiamo birra e cereali via internet e nell’anonimo ipermercato, e non più (o non soltanto) sotto casa.

 

Ma nell’economia ci sono anche le scelte e le dinamiche di lavoro all’interno delle organizzazioni piccole e grandi, quei luoghi umani dove trascorriamo la maggior parte del nostro tempo di vita. I rapporti con i fornitori e con i clienti, con i concorrenti e con i colleghi, dalla cui qualità dipende gran parte della qualità della nostra vita, individuale e collettiva.

 

La seconda domanda: ma questo mercato “quotidiano” non è un po’ romantico, minimalista e quindi irrilevante quando pensiamo che il gioco che conta dell’economia e della politica “che contano” avviene su altri mercati (le grandi borse, le banche centrali e le banche d’affari, i grandi fondi…) e con altri attori (multinazionali anonime, alta finanza, governi… )?

 

In realtà sono convinto che non sia stata ancora recepita dall’immaginario collettivo, né da molta parte degli intellettuali e dei politici, la grande lezione che proviene dalle scienze sociali del Novecento, e cioè che la crescita e lo sviluppo non dipendono principalmente dall’azione dei governi e delle grandi istituzioni, ma dai comportamenti quotidiani di milioni di cittadini, ciascuno dei quali possiede, e lui solo, quel frammento di informazione e di conoscenza rilevanti per le azioni sociali ed economiche.

 

Certo, tra questi c’è anche il governo e ci sono le istituzioni (che possono e devono fare la propria parte co-essenziale), ma hanno molto meno potere di quanto ci e si raccontano ogni giorno (anche per giustificare la loro presenza e i relativi alti costi). Il ruolo attuale della politica nelle moderne democrazie è soprattutto di tipo simbolico, liturgico, rituale, e, come in tutte le liturgie e in tutti i riti, la loro funzione e la loro efficacia non dipende dalla santità e dal talento dei sacerdoti e degli accoliti, ma dalla forza intrinseca della liturgia e del rito.

 

Sono convinto che i prossimi decenni dovranno essere necessariamente caratterizzati da una decrescita e ritirata della politica (non solo e non tanto una decrescita dell’economia) per far spazio al civile e alla sfera pubblica, poiché più un sistema è complesso meno pesante deve essere la mano che entra dall’esterno nelle sue dinamiche.

 

Tutto ciò per dire che parlare di mercati quotidiani e scelte ordinarie della gente significa parlare di ciò da cui dipende molto, quasi tutto, della vita economica individuale e collettiva; una scelta di metodo che ha poi il vantaggio di scomporre a complessa vita economica nei suoi elementi semplici, che consente di comprendere dinamiche che sfuggono allo sguardo d’insieme.

 

Luigino Bruni

fonte: www.avvenire.it

 

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