Teresa di Gesù


Sulle orme di Santa Teresa D’Avila

Dopo la nascita di San Giuseppe in Avila per Teresa segue un tempo di tranquillità – Poi la vita della Chiesa e l’obbedienza le chiedono di diventare «fondatrice» – Presentiamo il documento privilegiato di quest’opera: Il Libro delle Fondazioni – Composto in più momenti dalla Santa stessa – Testo pieno di saggezza e di umanità.

Il libro delle Fondazioni, nelle edizioni delle Opere di Santa Teresa, si trova di solito all’ultimo posto. E così appare anche nella edizione italiana ufficiale, Opere di Santa Teresa di Gesù, tradotta da padre Egidio Cereda e padre Federico Arcaute e pubblicata dalla Postulazione Generale dei Carmelitani Scalzi a partire dal 1949. Infatti il vivace racconto della nascita dei primi monasteri di Scalze e dei primi conventi degli Scalzi verrà editato, per la prima volta, solo nel 1613 a Valencia, quando gli altri scritti avevano conosciuto già diverse edizioni. La ragione è addebitata al fatto che molti personaggi ricordati in quelle «Memorie» erano ancora viventi.

L’ordine di scrivere la storia delle origini dei monasteri venne dato a Teresa dal confessore Padre Ripalda. Obbedientissima, come sempre, nonostante le sue molteplici occupazioni si sottomise al comando. Poteva così raccontare l’attività svolta per erigere i monasteri di Medina del Campo, Malagón, Valladolid, Toledo, Pastrana, Salamanca e Alba de Tormes, edificati nello spazio di quattro anni, cioè tra il 1567 e il 1571. Un’opera nata nel cuore di Teresa dopo la visita del francescano padre Alfonso Maldonado missionario nelle nuove Indie – che raccontava delle difficoltà nell’annuncio del Vangelo per la contro testimonianza dei conquistadores (1566) – e l’incontro con il generale carmelitano padre Giambattista Rossi (1567).

Fu poi eletta Priora nel monastero dell’Incarnazione di Avila (1571-1574) e le fondazioni rimasero interrotte per tre anni. Per di più, a questo punto, Teresa pensava di avere esaurito la richiesta di Ripalda. Invece le fondazioni riprendono, e tra il 1574 e il 1576 altre quattro case vengono erette: Segovia, Beas de Segura, Siviglia e Caravaca. Questa volta è il P. Girolamo Gracián, con la sua autorità di Commissario Apostolico, a prescrivere a Teresa di riprendere il lavoro. Lo conclude il 14 novembre 1576. Convinta che fosse davvero giunta alla fine della sua impresa, aggiunge introduzione ed epilogo.

Intanto si scatena la lotta tra Scalzi e Mitigati che sospende ogni cosa. È il tempo in cui Teresa scrive il Castello Interiore (giugno-novembre 1577); e in cui san Giovanni della Croce è imprigionato a Toledo (dicembre 1577-agosto 1578). Finalmente si arriva, nel 1580, alla separazione definitiva tra i frati legati all’Antica Osservanza (Calzati) e quelli che seguono la riforma teresiana (Scalzi).

Tornata la pace, Teresa, negli ultimi due anni di vita fonda a Villanueva de la Jara, Palencia, Soria, Granada e Burgos: mano a mano che procede nelle fondazioni, ne scrive pure la storia, tralasciando quella di Granada, alla cui attuazione, fatta dalla madre Anna di Gesù, non prese parte diretta.

Terminato il suo lavoro a Burgos, la santa consegnò il manoscritto al dottor Manso, da cui si confessava. Il cugino di costui, don Pietro Manso, ne fece una copia, e nel 1587 l’originale fu rimesso nelle mani di madre Anna di Gesù, che lo passò a fra Luis de León per la stampa. Costui, colto dalla morte prima di riuscire a pubblicarlo, lo cedette a don Francesco Sobrino che lo assisteva, con l’obbligo di restituirlo alla madre Anna. Il pio sacerdote, più tardi vescovo di Valladolid, ne fece una copia per le Carmelitane di quella città. Intanto il re Filippo II, desiderando di avere all’Escorial tutti i manoscritti della Santa, interpose i buoni uffici del padre Nicolò Doria, Vicario generale della Riforma carmelitana. E così verso l’anno 1592, l’originale delle Fondazioni faceva il suo ingresso nella monumentale biblioteca che lo conserva tuttora con venerazione.

padre Fabio Pistillo ocd

Obbedienza è Forza

P. fr. García de Toledo

Nel 1562, anno in cui si fondò il monastero di San Giuseppe di Avila, mentre ero là, il domenicano P. fr. García de Toledo, allora mio confessore, mi ordinò di scrivere la storia di quella fondazione, con varie altre cose che, volendolo, si potranno leggere, se quel mio scritto verrà alla luce. Stando ora a Salamanca, in questo anno 1573 – vale a dire, undici anni dopo – il padre Rettore della Compagnia, chiamato Maestro Ripalda, da cui ora mi confesso, avendo visto il libro di quella prima fondazione, mi ordinò di stendere la storia degli altri sette monasteri che per bontà di Dio si sono poi fondati, unitamente a quella dei primi conventi dei Padri Scalzi della Regola primitiva, persuaso che un tale racconto sia di gloria al Signore. Questa obbedienza mi pareva impossibile, perché già sovraccarica di affari, lettere ed altre occupazioni improrogabili impostemi dai miei Superiori. Oltre a ciò, mi preoccupavo alquanto per la mia scarsa capacità e malferma salute: ero così miserabile che spesso mi sembrava insopportabile anche il lavoro ordinario. Che dire poi con quest’altro?. Ma mentre mi raccomandavo a Dio, udii queste parole: «Figlia, l’obbedienza dà forza».

Teresa di Gesù,
Fondazioni, Prologo

«Il Ripalada»

In Spagna, dire «Il Ripalda» significa evocare il nome del Catechismo della Dottrina Cristiana che, a partire dal 1591, ha formato migliaia di ragazzi spagnoli e latinoamericani alla fede. Sono più di settecento le edizioni di quest’opera che ha conosciuto traduzioni anche nelle lingue indigene dell’America latina come il náhuatl, l’otomí, il tarasco, il zapoteca e il maya. Altre opere del Ripalda furono i suoi Soavi colloqui del peccatore con Dio, due libri sull’orazione, panegirici di carattere morale e esortazioni mistiche.

Jerónimo Ripalda (1535-1618), figlio di un medico, a 16 anni entrò nella Compagnia di Gesù nella casa di Alcalá de Henares. Nella sua lunga vita religiosa ebbe incarichi di responsabilità e fu nominato rettore della case di Villagarcía, Burgos, Valladolid e Salamanca. In quest’ultima città, come confessore di santa Teresa, le ordinò di scrivere il racconto della edificazione dei monasteri carmelitani riformati.

Santa Teresa ritroverà Ripalda nel 1580, mentre si stava recando a Palencia per una nuova fondazione. Giunta a Valladolid, fu colpita da una malattia così grave che in molti credettero che fosse in punto di morte. La Santa sopravvisse, ma restò a lungo indebolita. Mentre era in quelle condizioni giunsero da Palencia notizie relative alle difficoltà nell’erigere un nuovo monastero. Teresa, convalescente e avvilita, era sul punto di abbandonare tutto, quando passò da Valladolid proprio il P. Ripalda. Scrive Teresa: «Gli feci conoscere il mio stato, e dichiarandogli che intendevo mi tenesse le veci di Dio, lo pregai di dirmi il suo parere. Cominciò col farmi molto coraggio dicendomi che quella prostrazione di animo era effetto di vecchiaia, benché non fosse vero e lo vedessi anch’io, perché oggi, quantunque più vecchia non mi sento in quello stato. Lo vedeva anche lui, ma lo faceva per mortificarmi, affinché mi persuadessi che quei timori non venivano da Dio… Fatto sta che mi disse di andare avanti…» (Fondazioni 29,4). In verità nemmeno quel colloquio la convinse del tutto. Ci volle un suggerimento interiore dello stesso Signore: «Di che temi? Quando io ti sono mancato? Sono ancora oggi quello che fui per l’addietro!… Non lasciar di fare queste due fondazioni!». E solo allora la santa si convinse a portare avanti l’impresa di fondare a Palencia e più tardi a Burgos.

p.f.p.

Notizie dalle Indie

Si presentò per una visita al suo conventino, un frate francescano che tornava «dalle Indie», cioè dalle nuove terre scoperte da Colombo. Teresa aveva seguito da lontano, con gioia e fierezza, l’avventura conquistatrice in cui erano impegnati non solo il suo popolo, ma i suoi stessi fratelli. Considerava quella avventura come una gloriosa, cavalleresca missione. Quando le era giunta, alcuni anni prima, la notizia che Rodrigo – il compagno delle sue infantili avventure e dei suoi mistici desideri di allora – era morto combattendo sul Rio de la Plata, ne aveva parlato alle altre monache con la convinzione d’avere finalmente un fratello martire «poiché era morto per la difesa della fede».

Ma quel francescano che portava le notizie era il celebre P. Maldonado, uno dei più ardenti seguaci di Bartolomeo Las Casas: il grande vescovo domenicano era ormai morente, stremato dalle fatiche, e P. Maldonado lo sostituiva, e portava in Spagna l’ultimo Memoriale da lui scritto, per la Corte di Madrid, per il Consiglio delle Indie e per il Sommo Pontefice. I confratelli del P. Maldonado dicevano che a lasciarlo fare avrebbe parlato per un giorno intero di ciò che gli stava a cuore: e fu quello che accadde alla grata di quel conventino.

Davanti allo sguardo e alla coscienza di Teresa passavano scene accesissime di popoli nuovi che non solo non incontravano Cristo, ma che si perdevano invece, divenuti preda da cacciare da parte di certi conquistatori spagnoli disumani e feroci. Non tutti certo. Ma come dovevano suonare alle orecchie di Teresa frasi come questa terribile attribuita a Las Casas: «Ho visto indiani morire rifiutando piangendo gli ultimi sacramenti perché non volevano entrare nel paradiso degli spagnoli!». Forse è una espressione a effetto, costruita letterariamente, ma il contenuto della denuncia vi è esattamente descritto.

«Rimasi così afflitta – racconterà Teresa – che mi ritirai tutta in lacrime…». «Quanto mi costano questi Indiani – scriverà un giorno al fratello Lorenzo che si trovava ancora oltremare –.., quante sventure sia qui da noi, che là da voi: …molte persone mi parlano e molte volte non so proprio cosa dire se non che siamo peggio delle bestie…».

padre Antonio M. Sicari, ocd
Nuovi Ritratti di Santi