Cina felix

 Il Partito comunista non dà la felicità. Sono in molti a scommettere che questa frase “passerà alla storia”: la felicità non è un dono benevolo del Partito comunista o del governo cinese, ma va cercata personalmente come un proprio diritto.

Si è espresso così nientemeno che il segretario del Partito del Guangdong, Wang Yang (v. foto), durante un incontro con i quadri di alto livello nella regione più ricca della Cina.

Wang Yang è conosciuto come un “liberale” e da tempo spinge per maggiori riforme politiche all’interno del Guangdong. Grazie a lui, gli abitanti di Wukan hanno vinto la loro battaglia contro le autorità locali accusate di corruzione (v.: 16/01/2012 Wukan festeggia: il leader delle rivolte nominato segretario comunista); il Guangdong gode di una più spedita economia di mercato; tante tensioni fra operai e imprenditori vengono sanate con il dialogo di cui si fa garante il Partito stesso. Sebbene Wang continui a ripetere che la Cina “non deve imitare l’occidente”, è nota la sua opposizione al neo-maoismo di Bo Xilai, ex segretario di Chongqing, caduto ormai in disgrazia.

Nella presentazione del Congresso del Partito del Guangdong, iniziato ieri, egli ha detto. “Dobbiamo abbandonare l’idea sbagliata secondo cui la felicità del popolo è un favore elargito dal Partito e dal governo”. E ancora: “Cercare la felicità è un diritto del popolo” e il ruolo del governo è di dare “alle masse popolari la libertà per “cercare con orgoglio la propria via della felicità”.

Le note di Wang si distaccano in profondità dalla retorica tradizionale del Partito visto come una divinità, che ha ottenuto alla Cina indipendenza, benessere, ordine, successo. I giovani cinesi, fin dalle scuole elementari sono educati a ringraziare il Partito per ogni cosa, dai quaderni alle caramelle.

Ai tempi di Mao la gratitudine era anche attraversata da un afflato semi-religioso, con Mao Zhuxi (presidente) nella parte della divinità. E in effetti il Partito si preoccupava dei cinesi “dalla culla fino alla tomba”. In seguito, con le riforme economiche, e con i relativi scandali legati alla corruzione dei quadri, il Partito è sempre rimasto il più importante datore di lavoro del Paese. Chiunque è capace di ingraziarselo riesce a trovare un posto, è protetto se ha guai con la giustizia, vive al di sopra della media degli altri cinesi.

Le affermazioni di Wang sottolineano che la ricerca della felicità è una questione personale, in cui lo Stato e il Partito non c’entrano. E in secondo luogo che lo Stato (e il Partito) devono servire l’individuo.

Fra gli oltre 70 milioni di quadri del Partito, già da tempo molti hanno scoperto la via della felicità in altre strade fuori dal comunismo: almeno un terzo degli iscritti aderisce a una comunità religiosa ufficiale o sotterranea (v.: 28/02/2006 Partito comunista in crisi: 20 milioni di quadri vanno in chiesa o al tempio).

Ma le frasi di Wang Yang sono storiche perché vengono dette in pubblico da un alto membro del Partito, che con ogni probabilità diverrà membro del Comitato permanente del Politburo, la cupola più alta del potere in Cina.

Per questo, sebbene non citate nei resoconti ufficiali dei media, le sue frasi si stanno diffondendo su internet. E fra i commenti vi sono molte frasi di sostegno, insieme a un fatidico “Questa frase passerà alla storia”.

di Bernardo Cervellera

fonte: www.asianews.it

 

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