In principio erat Verbum Romanze sulla Trinità e sulla Incarnazione

Romanze

Fra Giovanni compose in carcere dieci poesie che ci sono pervenute sotto il titolo generale di Romanze sulla Trinità e sulla Incarnazione. Il termine romanze, noto in tutte le letterature europee, richiama alla mente un genere di poesia popolare che perde le sue origini nel medioevo spagnolo e trova la sua massima fioritura nel secolo XV. Già nella fase degli inizi il vocabolo indicava un genere letterario di poesia di contenuto epico o didattico, composta in distici di doppi ottonari con rima od assonanza baciata sempre uguale, distico che poi si sciolse in quartina con rima od assonanza nelle sedi pari. Si trattava di una forma poetica popolare perché nata in mezzo al popolo e per il popolo -e quindi è quasi sempre anonima- che conservò la sua indole anche quando, specialmente nei secoli XV e XVI, ne fecero largamente uso i poeti dotti, togliendole il suo carattere di anonimato ed un po’ il suo smalto di semplicità e d’ingenuità primitive.

Vittore Carpaccio, Eterno Padre, 1520, Sirtori (Lecco) , Chiesa dei santi Nabore e Felice

Quando Fra Giovanni della Croce se ne serve, mutuandola certamente dalla tradizione e dai suoi studi umanistici, la romanza era un genere letterario già in parte superato a causa delle nuove forme poetiche importate dall’Italia che ormai avevano preso campo. Tuttavia, forse per l’indole popolare e certamente per la facilità e sonorità del verso, egli la fece sua, componendo nove romanze sull’Incarnazione ed una sulle tristi condizioni del popolo di Dio schiavo lungo le rive dell’Eufrate.
Sarebbe estremamente difficile ammettere che le prime nove siano state composte dal Santo tra i rigori del carcere se le monache del Carmelo di San Giuseppe di Toledo, presso le quali egli si rifugiò dopo la sua fuga prodigiosa e quelle di altri monasteri, non ce lo affermassero in modo esplicito1, poiché non compare in esse nessuna allusione alle sofferenze da cui è lacerato. L’eco invece del dramma della prigionia risuona più o meno chiaro nelle altre poesie del carcere, compreso il Cantico Spirituale.
Più che nove romanze Trinitarie e Cristologiche, come vengono ordinariamente intitolate nei codici e nelle edizioni che ne sono state fatte, preferisco considerarle nove canti di un unico e vasto poemetto sull’Incarnazione, come mi pare che insinui anche la didascalia In principio erat Verbum la quale, sebbene premessa alla prima, di fatto dà il tono all’intero ciclo di poesie.
Infatti il Verbo di Dio che s’incarna è il protagonista del poemetto, poiché del Verbo, prendendo l’avvio dalla sua generazione eterna nel seno della Trinità, il carme canta le vicende – se così si possono chiamare- divine ed umane. Nell’eternità il Padre genera il Figlio, dal cui amore personale, ricambiato dal Padre, procede lo Spirito Santo e così in Dio abbiamo Tre Persona in una natura unica (1ª romanza). Nella profondità dell’amore increato che circola nell’intimo della vita trinitaria e si traduce in un’eterna comunione di vita, incomincia a delinearsi il piano della creazione: il Padre esprime al Figlio il desiderio di vedere le sembianze di Lui, sapienza divina e principio di ogni luce, riflesse in altri esseri diversi da loro (2ª romanza). Gli darà quindi una sposa, la creazione, che, conosciute le meraviglie ed i beni nascosti nel Verbo suo sposo, ne prenderà motivo per lodare e glorificare il Padre. Il Figlio accetterà con gioia questa sposa e nutrirà verso di lei un amore veramente divino: La farò reclinare sulle mie braccia,/ ella arderà del tuo amore / e con gaudio eterno / esalterà la tua bontà (3,19-22) (3ª romanza). Il Padre pronuncia il suo fiat ed immediatamente sorge l’universo che dal Santo viene chiamato palazzo a due piani. Il piano superiore è dimora delle gerarchie angeliche e quello inferiore delle altre creature, in particolare degli uomini, tutte legate all’unico Sposo dal vincolo dell’amore, alimentato in cielo dalla gioia del possesso ed in terra dalla speranza di vedersi un giorno elevati ad altezze divine per mezzo dell’Incarnazione del Verbo (4ª romanza). Di qui il desiderio e le ansie dei popoli, specialmente degli Ebrei, che nel corso dei secoli supplicano con insistenza il Signore di dare compimento alle promesse loro fatte (5ª romanza), suppliche che raggiungono l’espressione più toccante ed il culmine più alto sulle labbra del vecchio Simeone che ardeva dal desiderio di vedere con i suoi occhi il Dio fatto uomo; a lui lo Spirito Santo aveva assicurato che prima di morire avrebbe avuto la gioia di stringerlo tra le sue braccia (6ª romanza). La scena dalla terra si trasferisce nuovamente in cielo dove il Padre, giunta la pienezza dei tempi, con un serrato dialogo di amore, invita il Figlio ad assumere carne umana per asciugare le lacrime della sposa, ansiosa di congiungersi finalmente con lo Sposo. Il Figlio si dichiara pronto a compiere la volontà del Padre ed a prendere su di sé le pene della sposa, fino a morire per lei (7ª romanza). Cambia ancora una volta lo scenario: il Padre invita l’Angelo Gabriele a Nazareth per annunziare a Maria che diventerà Madre di Dio. In seguito al consenso della Vergine, il Verbo, per intervento diretto di Dio, s’incarna diventando così Lui, il Figlio di Dio, anche figlio dell’uomo: Figlio di Dio / e dell’uomo diveniva (8ª romanza). E così Gesù nasce in una capanna e viene deposto in un presepe tra due animali che lo riscaldano con il loro fiato. Il canto degli Angeli e degli uomini volteggia sulla grotta per festeggiare l’unione del Verbo con la natura umana, mentre il Bambino, sotto lo sguardo stupito e pensoso della Madre, sparge lacrime, lacrime di Dio che hanno il potere di rendere lieto l’uomo (9ª romanza).
Il Verbo dunque è il vero protagonista di questo poemetto. Fra Giovanni, con il suo sguardo di aquila, penetra dentro la vita, nel circolo delle Tre Persone Divine dove, se è lecito parlare così, il Verbo è oggetto di predilezione da parte del Padre, che in Lui ed in chi a Lui assomiglia trova le sue compiacenze. Anche la creazione, nella duplice schiera di esseri celesti e terrestri, è veduta come un atto di amore del Padre nei confronti del Figlio, il quale stringerà a sé tutte le creature per poter insieme con loro lodare e glorificare in eterno il Padre Celeste. Coronamento quindi naturale del gesto creativo di Dio è l’Incarnazione del Verbo, che per il Santo non è esclusivamente redentiva, cioé non é legata necessariamente al peccato, poiché, il Figlio di Dio si sarebbe incarnato anche nell’ipotesi che l’uomo non si fosse ribellato a Dio: secondo quanto canta il Santo nella settima romanza, Il Verbo s’incarna perché l’uomo superi lo svantaggio iniziale nei riguardi delle creature celesti facendo sì che Dio diventi uomo e l’uomo diventi Dio. Ciò dimostra quanto elastica fosse l’adesione di Fra Giovanni agli schemi della teologia tomista che dominava allora in quasi tutte le università spagnole e nello stesso Ordine del Carmelo.
E dell’Incarnazione del Verbo viene cantata con espressioni potenti la struggente attesa del Vecchio e del Nuovo Testamento ed alla narrazione della sua realizzazione a Nazareth e della sua manifestazione in Betlemme sono dedicate due tra le più suggestive romanze del ciclo. Intorno al Verbo, Figlio di Dio e figlio dell’uomo, circola l’universo intero, infinito e finito, con un movimento vario ed intrecciato: il Padre e lo Spirito Santo sempre presenti, in maniera visibile e diretta nelle prime liriche ed in maniera non visibile ed indiretta nelle ultime; gli Angeli con i loro voli gioiosi ed osannanti; gli uomini con il peso della loro drammatica natura fisica e spirituale, ed in particolare la lunga schiera di profeti e di giusti della Bibbia in trepida attesa, tra cui si staglia come una statua potente la nobile e grave figura del vecchio Simeone; infine vediamo apparire la Vergine Maria, che prima umile e modesta nell’episodio dell’Incarnazione, assurge poi in quello della Natività alle altezze di una forte e pensosa scultura michelangiolesca, addolcita dalla grazia del pennello di Raffaello.
Fra Giovanni della Croce in questa serie di romanze non sempre raggiunge la vetta dell’arte: gli manca un motivo poetico capace di dare alle nove liriche lo stesso tono di armonia e di freschezza; indulge spesso a frasi ed a modi di dire dei canti popolari come, per citare solo un esempio, quello frequente d’introdurre il discorso diretto servendosi del bruttissimo verso sempre uguale: in questo modo diceva; si lascia trascinare dalla facile e monotona sonorità dell’ottonario, resa ancora più sensibile dall’unica rima in ia ripetuta in tutte le quartine. Dimostra però di essere un teologo che delle verità della fede profondamente studiate e largamente assimilate ha saputo fare argomento di lunga ed assidua elaborazione e, dotato di una tecnica espressiva assai perfetta, ha saputo racchiuderle in maniera quasi sempre lucida e chiara nel breve giro della quartina di ottonari. Perciò questo ciclo di poesie, se non altro, mette in risalto la potenza intellettiva del Santo e la padronanza del linguaggio con cui riesce ad esprimere con evidenza i concetti più difficili. Ma, come ho potuto già anticipare, non tutto si riduce a semplice e fredda esposizione scientifica: non poche volte la parola viene investita dal sentimento e dall’animo del poeta vibra di commozione dinanzi all’amore di Dio e per l’uomo, a cui è ordinato l’universo intero e la stessa Incarnazione del Verbo. Abbiamo allora i versi che evocano in modo veramente suggestivo l’amore del Padre celeste per il Figlio (2, 19-24); gli altri dai quali traspare con rara evidenza l’immensità del dono fatto all’uomo con l’Incarnazione del Verbo (4, 37-42); gli altri ancora che scandiscono in maniera viva e palpitante la trepida attesa dei giusti dell’Antico Testamento (5,15-22 e 27-28); gli altri infine che con ebrezza mistica annunciano ormai imminente l’unione del Verbo con la sposa e con tenerezza quasi divina cantano il pianto di Gesù Bambino in poetico contrasto con gli inni gioiosi degli Angeli e degli uomini che esaltano la sua unione con la natura umana (9, 11-18).

di padre Aniano Álvarez-Suárez ocd

1 Madre Maddalena dello Spirito Santo di Beas afferma in una sua deposizione: «Uscendo di prigione il Santo portò con sé un quaderno nel quale, mentre si trovava prigioniero, aveva scritto alcune romanze sul Vangelo In principio erat Verbum, alcune strofe che dicono Io la fonte ben so che mana e scorre,/ benché sia notte ed anche le strofe o stanze che iniziano Dove ti nascondesti? Sino a quella che dice O ninfe di Giudea! Che è la trentunesima del carme» (cfr. BMC, Burgos 1931, t. 14, p. 323).