Il volto di Maria

Antonio Canova, Annunciazione, 1821-22, Venezia, Gallerie dell'Accademia

Negli scritti di san Giovanni della Croce

Ad un’analisi sommaria degli scritti del santo Padre Giovanni sembra risaltare immediatamente un fatto che ci lascia, forse, almeno a prima vista, un po’ delusi: il posto, cioè, marginale che sembra avere la Vergine Maria, nei suoi scritti. Il fatto non ci deve meravigliare né sconcertare; esso si spiega semplicemente: san Giovanni della Croce non intende scrivere un trattato completo di teologia spirituale, quale oggi si concepisce. Egli vuol dare aiuto e luce a tante anime che già hanno avviato – e anche bene – il loro cammino, anime che già vivono, anche se non ancora perfettamente, il loro rapporto con Dio Trinità e col mondo divino, in cui Maria occupa già il posto che le spetta per decreto divino. Se poi, teniamo presente che gli immediati destinatari dei suoi scritti siano soprattutto i carmelitani e le carmelitane, allora questa spiegazione può apparire superflua. Già si trova davanti ad esistenze che anche per la loro consacrazione religiosa, sono consacrate a Maria. La formula di professione allora vigente e fino a non molto tempo fa, sottolineava espressamente come il consacrarsi a Dio nella professione era contemporaneamente un consacrarsi a Maria.
Abbiamo, tuttavia, pur nella sobrietà materiale di riferimenti che troviamo nei suoi scritti, affermazioni che ci presentano un volto di Maria certamente lontano da certi luoghi comuni o devozionalistici, ma degni indubbiamente dell’altissimo grado di santità e di unione con Dio che il Signore si degnò di donare alla sua Madre santissima e degni anche del ruolo che il Signore ha assegnato a Maria nell’opera della salvezza.
D’altra parte, non tutto ciò che il santo padre Giovanni ha vissuto l’ha anche espresso nei suoi scritti. E nel caso concreto, sappiamo abbastanza della sua devozione ma con la D maiuscola sincera, tenera e ardente verso la Vergine Maria.
I primi biografi diranno che spesso durante la sua vita, narrava di quando era fanciullo, caduto in uno stagno, e, mentre si dibatteva per uscirne fuori, ecco che gli appare una bella Signora e al suo gesto, spontaneamente timoroso di non allungare la mano, per non sporcare la bianca Signora, nel frattempo arriva un contadino che lo tira fuori.
Sappiamo anche che abbraccia il Carmelo perché questo è l’Ordine di Maria, pur essendo invitato dalla nascente e già affermata Compagnia di Gesù a far parte di questa nuova Famiglia religiosa.
Si nutre poi di questa spiritualità carmelitana che vede in Maria, oltre che la Madre, il modello e la Sorella: un aspetto caratteristico della nostra spiritualità: sorella dell’ideale dell’unione con Dio, mediante la vita contemplativa.
Abbiamo pertanto abbastanza elementi per tracciare il profilo essenziale – potremmo dire – del volto interiore di Maria, alla luce dei testi sangiovannisti, che esplicitamente parlano, come anche di quelli che chiaramente adombrano questo volto, questa presenza di Maria.
Secondo alcuni commentatori, la sposa ideale del Cantico e la figura femminile della Fiamma, sul cui seno il Diletto poggia il capo, sarebbe appunto Maria. Non è improbabile che fra i veli di questa figura gli appaia il volto eminente di Maria.
C’è intanto una affermazione generale che colloca immediatamente Maria nel suo giusto posto nel mistero di Cristo e nel mistero di ogni salvato, e quindi anche di Giovanni della Croce. Nella preghiera dell’Anima Innamorata, fra l’altro egli dice: «Maria è mia, perché Cristo è mio e tutto per me». Basterebbe questo già per dire tutto della presenza di Maria nella vita di Giovanni della Croce e nella vita di ogni viandante verso l’unione con Dio.
Cristo è mio, perché è lo Sposo che il Padre mi ha destinato fin dall’eternità e che mediante l’Incarnazione, più ancora con la sua morte in croce si è unito a me in casto e spirituale connubio. Per mezzo di questa unione, tutto ciò che è dello Sposo è anche della sposa; tutto ciò che è di Cristo è anche di Giovanni

della Croce: è di Giovanni il Padre, lo Spirito, la Madre, gli Angeli, gli uomini buoni e cattivi, tutto! Pertanto,niente e nessuno potrà mai toglierli questo dono che previene dal Cuore di Cristo. Nessuno potrà toglierli Maria: Maria è mia!. Dice Maria, la chiama per nome. Questa saldatura al mistero di Cristo, ci fa comprendere come il battezzato si muova sempre e solo nel mistero di Cristo, e tutto da Lui riceve senso e significato. Anche la sua Vergine Madre, Maria, si muove in questo mistero, quindi non è una realtà che ci possa separare da Cristo, ma è una realtà che incontriamo in Cristo e, di più, è una realtà in cui Cristo ci si offre.
È una visione teologica, fra l’altro, tanto vicina alla comprensione che la Chiesa oggi ha del mistero di Maria. Maria la si può comprendere e accettare solo nella sua unione a Cristo e nella sua subordinazione a Cristo.

Antonio Canova, Visitazione, 1821-22, Venezia, Gallerie dell’Accademia

Maria è ancora il grembo verginale nel quale il Verbo, per opera congiunta della Trinità, prende carne e i unisce alla sposa, che è l’umanità. È una affermazione che troviamo nella Romanza n. 8. Giovanni della Croce qui afferma implicitamente che ogni anima, nel grembo verginale di Maria, si unisce al Verbo Incarnato. È in quel grembo che il Verbo, nel primo istante della sua venuta nel mondo, si unisce alla sposa, all’umanità intera. Ciò non è qualcosa di transeunte, ma rimane come un punto sicuro nel mistero della salvezza. Ciò che è avvenuto per Cristo avviene per ognuno di noi che siamo di Cristo. È in questo grembo che avviene l’unione. Per mezzo di questa unione, effettuatasi storicamente nel grembo di Maria, veniamo a partecipare della grazia di Cristo, Verbo Incarnato. Si è fatto carne da Maria. E in questa grazia di Cristo – cristiana – non è assente un certo qualcosa – chiamiamolo così, mancando anche termini, per esprimerlo meglio – un certo qualcosa della Madre, la quale realmente – realmente, non per modo di dire – concorre alla generazione degli uomini di Cristo.
Il rapporto filiale, infatti, – e noi siamo figli di Maria, Cristo ce l’ha donata sulla croce – si fonda sempre su un fatto reale generazionale, che è comunicazione di vita. La vita divina ci viene tutta da Dio in Cristo, ma possiamo dire che ci venga anche tutta da Dio in Maria e per Maria, che passa in noi e che d’altra parte a Maria viene tutto e completamente da Dio, rimane in noi fondamento che richiama, che invoca, che esige anche il continuo intervento, la continua premura di Maria per la nostra salvezza, in tutto il cammino che ci porta verso la comunione con Dio, verso la glorificazione.
Noi potremmo anche – e questo purtroppo avviene – dimenticarci e rinnegare tutto questo; tuttavia un tale fondamento resta come motivo perenne – perenne! – di tutti gli interventi di Maria per noi. Lei è Madre e la madre, anche se rifiutata, anche se dimenticata, non potrà mai rinnegare ciò che ha donato al figlio e per cui, il figlio è figlio, e non esiste se non come figlio.
Siamo portati perciò a considerare la maternità spirituale di Maria come un’azione reale subordinata a Cristo, perenne, continua, a nostro favore, perché Maria è Madre.
Tutto questo lo troviamo implicito in quella affermazione di san Giovanni della Croce, citate nella Romanza n. 8. E poi un altro aspetto di Maria il santo Padre coglie, con grande evidenza: la sua esemplarità. Esemplarità nell’unione con Dio, esemplarità di questa unione con Dio.
Parlando delle anime giunte all’unione, la cui caratteristica è essere mossi dallo Spirito Santo, il santo Dottore commenta esemplificando. Non è un semplice esempio quello che lui cita. Maria viene qui presentata come il prototipo a noi più vicino e a cui più spontaneamente ci viene da guardare. Il riferimento così spontaneo rivela in fondo cosa significhi Maria per san Giovanni della Croce e per le anime in cammino o già arrivata all’unione.
III Salita, 2, 10: «Tali erano le operazioni della Vergine nostra Signora, la quale elevata fin da principio a questo sublime stato, non ebbe impressa nell’anima figura di creatura alcuna e da questa, in nes

sun momento fu spinta ad operare, ma agì sempre sotto la mozione dello Spirito Santo». Di questo testo è stato detto, ma forse con un tantino di enfasi, che da solo vale tutto un libro di Mariologia. Certo che attraverso di esso possiamo leggere tutta la visione pneumatologica della presenza e dell’attività, cioè, dello Spirito Santo nell’opera della santificazione. E possiamo leggere anche la teologia dell’unione, di cui abbiamo parlato finora. Tutto viene massimamente vissuto e quindi espresso in questa esemplare, in questa icona, in questa immagine, che Dio ha posto sul nostro cammino di viandanti.
Maria, pertanto, sta al vertice dell’unione possibile con Dio, perché è la purissima: così la sia amava chiamare nel Carmelo. È la purissima perché concepita senza peccato, questo è certo, ma è la purissima soprattutto perché non si è lasciata mai informare da creatura alcuna. Al contrario, e questo è l’elemento positivo che la costituisce purissima, e perciò icona splendente sul cammino della Chiesa, perché sempre mossa dallo Spirito Santo. È una creatura, pertanto, tutta di Dio e tutta divinizzata, tutta pervasa, in tutte le fibre del suo essere, da Dio. Tutta della Trinità, tutta immersa nella Trinità con la quale ha rapporti unici e irripetibili, ce non la allontanano da noi ma che la costituiscono degna icona, degno esemplare.
A lei, più che a qualunque altro, si possono applicare le cose che il santo Padre scrive nella annotazione sulla strofa 26 «Nell’intima cantina io bevvi dell’Amato…» Il santo Padre scrive: «…si potrà dire che l’anima ora è vestita di Dio e immersa nella divinità, non superficialmente ma nell’intimo del suo spirito perché, essendo ricolma di delizie divine e dissetata alle acque spirituali della vita sperimenta quanto Davide afferma di quelli che sono congiunti così col Signore…» «Saranno inebriati…” Quale dunque sarà la sazietà dell’anima nel suo essere, poiché la bevanda che le viene portata non è meno di un torrente di delizie! Tale torrente è lo Spirito… le cui acque, essendo un intimo amore di Dio, intimamente penetrano nell’anima, dandole a bere dell’amoroso torrente che è lo Spirito dello Sposo, infuso in lei in questa unione…»
Collocata in questi vertici, davvero chi potrà ridire l’intimità che corre fra Dio e Maria? Solo qualcosa si può intuire da ciò che il santo Padre dice nella strofa seguente, 27,1: «In questa unione Dio si comunica nell’anima con amore così ve o che non vi è affetto di madre che con eguale tenerezza carezzi il suo figlio, né amor di fratello e di amico con cui si possano confrontare». Comunicazioni che non hanno alcun termine di paragone a noi conosciuto. «A tanto giungono la tenerezza e la sincerità dell’amore con il quale l’immenso Padre ricrea e solleva l’anima umile ed amante (ecco la Serva…!) – o cosa mirabile e degna di ogni timore ed ammirazione – da sottomettersi veramente a lei per elevarla, come se egli fosse il servo e lei il Signore. Ed è così sollecito a favorirla, come se egli fosse lo schiavo ed ella Dio, tanto profonda è l’umiltà e la dolcezza di Dio!». C’è una gara fra l’umiltà della creatura e l’umiltà di Dio.
Poi, al n. 2: «… come si struggerà il amore?! Di quanta gratitudine di Dio sarà piena, vedendo il seno di Dio aperto per lei con un amore sì sovrano e generoso! Sentendosi immersa in tante delizie, fa a Dio il dono di tutta se stessa e gli offre in cambio la sua volontà e il suo amore…»
Dicevamo che in tutto questo Maria è esemplare, l’icona. Possibile? Si, perché Maria si colloca al vertice dell’unico mistero di Cristo a noi partecipato. È lo stesso mistero, che si comunica a noi e che è stato comunicato in pienezza singolare a Maria. Gli stessi dinamismi interiori – lo Spirito Santo, le virtù teologali, i doni – che spiegano la singolare santità, perfezione, unione di Maria, spiegano anche la nostra esistenza redente.
Non dobbiamo guardare, quando guardiamo Maria, solo ai suoi privilegi iniziali. La comunione è frutto del cammino, del cammino nella carità. E Maria questo cammino lo ha percorso come nessun’altra creatura, perciò è sublime, anche come modello. Se Maria, per assurdo, si fosse fermata a quei privilegi inizialmente ricevuti, non sarebbe ciò che noi, Chiesa, guardiamo, non sarebbe ciò che il santo Padre ci ha detto.
Gli stessi dinamismi soprannaturali, che formano la nostra struttura soprannaturale, sono stati donati prima di tutto a Maria. Nella Fiamma, 4,4, il santo Padre dice: «Numerosi sono i modi con cui Dio si risveglia nell’anima; sono così tanti che non finirei mai di enumerarli, ma questo di cui parla l’anima, che viene fatto dal Figlio di Dio, è a mio parere uno dei più sublimi e quello che produce in lei beni maggiori. Esso è infatti un movimento che il Verbo fa nella sostanza dell’anima ed è di tanta grandezza, potenza, gloria e soavità, da sembrare a lei che tutti i balsami, tutte le spezie odorifere e tutti i fiori del mondo vengano scossi per spargere la loro fragranza… le sembra infine che tutte le virtù, le sostanze, le perfezioni e le grazie di ogni cosa creata risplendano e facciano insieme lo stesso movimento…». Tutte queste ricchezze è giusto applicarle a Maria, ma è giusto applicarle anche a tutti coloro che, come Maria, nell’umiltà del cuore, nella purezza dello spirito, nella povertà di spirito, servano e amano il Signore.
Per cui, davvero, Maria si presenta, come ci ricorda il Concilio, segno di consolazione per tutti noi, pensando alle grandezze già ricevute e a quelle che ci attendono. È segno anche di sicura speranza, pensando che per la bontà misericordiosa del Signore, anche a noi, possono, se lo vogliamo, capitare, venire, queste ricchezze.
Maria inoltre viene presentata, dal santo Padre, come modello di preghiera di supplica. Maria espone la necessità, affidando al Signore il compito di stabilire Lui ciò che è più opportuno. Alla strofa II del Cantico, n. 8: «C’è da notare come l’anima nel verso citato – “Dite che languisco, soffro e muoio” – si limita ad esporre all’Amato le proprie necessità e pene, poiché chi ama con criterio non i preoccupa di chiedere ciò che gli manca o desidera, ma espone semplicemente i propri bisogni, affinché l’Amato faccia poi quanto gli piace». Ci può illuminare questo sulla nostra preghiera. A volte pensiamo che, per pregare bisogna conoscere tutti i bisogni, quindi bisogna leggere, bisogna sapere… no! È molto più semplice: «Chi ama con criterio non si preoccupa di chiedere ciò che gli manca o desidera, ma espone semplicemente i propri bisogni» e i bisogni dell’umanità che sono sempre maggiori di quelli che noi possiamo conoscere dalla cronaca – bianca o nera che sia -. «Così fece la Vergine alle nozze di Cana in Galilea, quando senza fare nessuna ri

chiesta diretta, disse: “non hanno vino” e le sorelle di Lazzaro…».
L’orazione suprema è quella che suscita in noi lo Spirito Santo, è Lui che prega in noi. La preghiera di Maria è quella della firma che vibra di fronte al minimo movimento dello Spirito. Ed è la preghiera che più loda il Signore, perché Maria è colei che più ama e per questo è anche la preghiera più efficace per noi.

Antonio d’Este (da A. Canova), Deposizione, 1800 c., Chicago, Art Institute

Alla strofa 32 del Cantico, n. 1: «Grande è il potere e la tenacia dell’amore che conquista e lega Dio stesso. Fortunata l’anima che ama, poiché ha il Signore come prigioniero, pronto a fare tutto ciò che essa vuole!». Ecco l’onnipotenza per grazia della preghiera di Maria. È colei che massimamente ama il Signore, per cui questi è per così dire, come prigioniero di Maria, pronto a fare tutto ciò che essa vuole. «Egli infatti ha una natura tale che se lo prendono per amore, con le buone, gli faranno fare quanto vogliono» e Maria, che è anche Madre, lo conosce più degli altri. «Per amore lo legano con un solo capello». Figuriamoci poi quando vi è più di un solo capello.
Maria, infine, è la Vergine sofferente, che per volontà di Dio è associata al dolore redentivo del Figlio. Al Cantico strofe 20-21, n. 10: «… La grande stabilità dell’anima in questo stato, è tale che se prima giungevano fino a lei le acque del dolore di qualche cosa o anche dei peccati suoi o altrui, che è quanto gli spirituali sogliono sentire di più, ora, quantunque li ritenga per quel che sono, non le arrecano dolore né afflizione. Ella non ha neppure la compassione, cioè la pena propria di quella virtù, sebbene ne possegga le opere e la perfezione». Questa sottolineature ci fa capire a che livello avvenga la partecipazione al dolore per le miserie, i peccati degli uomini, di queste anime. «In questa trasformazione d’amore succede all’anima quanto accade agli Angeli, i quali stimano perfettamente le cose dolorose senza sentirne dolore, esercitano le opere di misericordia e di compassione, senza provare compassione». È una luce, tra l’altro, per tanti problemi che si pongono, a proposito della partecipazione dei Beati alle nostre miserie. «Però il Signore qualche volta la dispensa da questa immunità del dolore facendola soffrire e permettendo che patisca qualche cosa onde acquisti meriti maggiori e si accenda nell’amore di più, o per qualche altro motivo, come accadde alla Vergine Maria e con san Paolo e altri, ma lo stato presente di per sé non lo comporta».
Maria, quindi, per volontà di Dio ha patito, è stata associata al dolore redentivo del Figlio, che per volontà del Padre, ha patito come nessun altro, anche Lui. Non la dispensa dal dolore il suo essere Immacolata, né il suo essere pienamente unita al Signore, che forma il suo gaudio. Gaudio e dolore possono stare assieme, come stanno assieme – dice Gesù – nella donna che partorisce. E perché? Perché Maria più ha ricevuto e siccome più ha ricevuto, più è stata chiamata a dare. Ed è per questo che Lei è diventata Madre, ed è per questo che il suo Cuore è largo, vasto come il mare.
Abbiamo sentito il santo Padre che chiama la Vergine Maria “Nostra Signora”: è il titolo preferito da lui. Perché amava Maria, questa era la Signora della sua vita.
Che cosa possiamo augurarci per quanto riguarda noi? Che Maria, sia anche per noi “Nostra Signora”. Chi ha messo se stesso nelle mani della Madre può essere sicuro che nessuno potrà separarlo da Colui che è il frutto del Seno di Maria, Gesù.
Ecco, questo vuole trasformarsi in augurio per tutti noi, ma non solo per noi: per tutti gli uomini. E così sia!

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