Davvero tu sei un Dio misterioso

Commento a La fonte di San Giovanni della Croce

di Edoardo Sanz De Miguel ocd – trad. Carmela Alessandro

[Conosco io ben la fonte che sgorga e scorre, benché sia notte]

«Questo è il ritornello, nel quale San Giovanni della Croce afferma che sa con certezza dove origina la fonte/sorgente dell’acqua della vita, della pace e dell’amore, anche se non riesce a vederla perché è notte fonda. Dunque, nei momenti più bui della vita, conosce per fede la fonte che può soddisfare la sua sete più profonda, il suo desiderio di felicità (l’ultimo verso parla di «questa fonte eterna che desidero»). Nel ritornello già si fanno presenti le due grandi immagini della poesia: la «fonte/sorgente» e la «notte».
La fonte è Dio stesso, che si comunica all’uomo per dargli la vita. Costui non riesce a comprenderla razionalmente, ma l’assapora durante la notte della fede. La conosce anche se non è in grado di spiegarla. Di fatti non è necessario vedere l’acqua per portarla alla bocca. Per non morire di sete basta bere anche se ci si trovi al buio.
Ciò che è chiaro è che questa fonte non è né un’entità statica, né chiusa in sé stessa, ma sgorga e scorre, è dinamismo generatore di vita (lo svilupperà soprattutto nei versi da 2 a 6), che esce da sé per andare incontro agli altri.
Il primo verso parla di quella sorgente misteriosa che rimane sempre nascosta all’uomo, incomprensibile, al buio, perché la troppa luce supera le nostre capacità e ci abbaglia: «Per l’anima, questa luce eccessiva che gli viene data dalla fede è tenebra oscura, perché il maggiore priva (e vince) il minore, proprio come la luce del sole oscura qualsiasi altra luce (in modo che non sembrino luci quando essa risplende) e vince il nostro potere visivo, in modo che prima l’acceca e priva della vista che aveva dato), in quanto la sua luce è molto sproporzionata ed eccessiva per il potere visivo. Così la luce della fede, con il suo grande eccesso, schiaccia e sconfigge la comprensione. Quindi è chiaro che la fede è una notte buia per lo spirito/l’anima». (2S 3,1-4).

  • Quella divina fonte sta nascosta, ma io conosco ben dove si trova, benché sia notte

Dunque, l’eterno mistero di Dio si trova al di là delle nostre capacità, è nascosto ma per fede (coinvolti nell’oscurità) sappiamo da dove origina, dove scorre. È necessario ricordare che il Cantico Spirituale inizia con una riflessione sul Dio nascosto «Il luogo dove è nascosto il Figlio di Dio è, come dice San Giovanni della Croce, il seno del Padre, l’essenza divina inaccessibile a qualsiasi occhio mortale e nascosta a ogni comprensione umana. Per questo, parlando con Dio, Isaia disse: «Davvero tu sei un Dio nascosto». È bene quindi rilevare che, per quanto grandi siano le comunicazioni e le presenze, ed elevate e sublimi le conoscenze che un’anima abbia di Dio in questa vita, non sono l’essenza di Dio, non hanno a che vedere con lui. In verità, Dio è ancora nascosto all’anima. Perciò è sempre bene che, al di là di tutte quelle grandezze, lo consideri nascosto e come nascosto lo cerchi» (C 1,3). Pertanto, la fonte nascosta (come la notte) fa riferimento al mistero di Dio, che si trova sempre al di là delle nostre capacità. E, tuttavia, San Giovanni sa dove trovare Dio, dov’è il suo nascondiglio: «Il Verbo, Figlio di Dio, con il Padre e lo Spirito Santo, è nascosto nell’intimo essere dell’anima con la sua presenza essenziale» (C 1,6). Come diceva Sant’Agostino, «Dio è più intimo con la mia persona di quanto lo sia io con me stesso».
Infatti, nonostante il buio, l’anima sa dov’è la fonte perché non è fuori, ma dentro di sé. Lo spiega con attenzione nel Cantico Spirituale. Qui dedica i primi 10 versi parlando della sposa innamorata che chiede del suo sposo, lo cerca in diversi luoghi, ma non riesce a trovarlo. Alla fine, nell’undicesimo brano si decide a cercarlo dentro di sé e avviene il primo incontro, il fidanzamento spirituale. Questa ricerca interiore è simbolizzata nella sposa che si specchia in una sorgente come in uno specchio. Lì non vede se stessa, ma il suo Amato, la cui immagine è impressa dentro di lei: «Oh limpida sorgente, se in quei tuoi volti argentati si formassero improvvisamente gli occhi desiderati che ho impressi nelle mie viscere» (C 11).
Da qui si spiega che questa meravigliosa fonte (che è Dio) non vive né chiusa in sé stessa né per se stessa, ma trabocca, comunicando la sua vita e il suo amore alle creature. I seguenti versi cantano la sua opera: tutto nasce da essa (versetto 2), mantiene tutto in vita (versetto 3), nessuno riesce a liberarsi della sua influenza benefica (versetto 4), è la fonte di ogni vera luce, del bene, del bello e del vero (versetto 5), tutto vive in essa e attraverso essa (versetto 6).

  • L’origine non so, ché non può averla, ma so che ogni origine lì nasce, benché sia notte

Dio non ha «origine», non ha un inizio, non è stato creato, poiché è eterno. Al contrario, è l’inizio, l’origine, l’unico Creatore di tutto ciò che è esistito, esiste, ed esisterà nel tempo. Nelle Romanze composti anche in carcere, dice «Lui era il principio stesso e per questo non ne aveva uno. (R 9-10). Più avanti presenta la creazione dell’universo come un regalo di amore del Padre a suo Figlio.

  • Io so che nulla v’è di così bello, e ad essa beve tutto l’universo, benché sia notte

Non c’è nulla che possa eguagliare la bellezza di Dio («belleza» o «hermosura» è l’attributo/la caratteristica di Dio che san Giovanni usa più spesso). Tutta la bellezza naturale è mera partecipazione alla bellezza eterna di Dio: «Comunicata da quella infinita bellezza soprannaturale della figura di Dio, che col suo sguardo riveste di grazia e d’incanto il mondo e tutti i cieli» (C 6,1). Come già ha detto prima, Lui è l’origine di tutto. Adesso aggiunge che è colui che garantisce l’esistenza di tutto: tutto «beve» da lui – i cieli e la terra -. Se per un attimo smettesse di tenerci per mano smetteremmo di esistere.

  • Lo so che fondo in essa non si trova, e che nessuno mai potrà guardarla, benché sia notte

«Non ha fondamento» vuol far intendere che non si affida a nulla al di fuori di sé stesso, che non ha bisogno di nessuno per esistere, e che non ha fine, non ha limiti. «Nessuno può oltrepassarlo» vuol dire che nessuno può raggiungere un luogo laddove non ci sia Lui, perché non ha limiti e la sua gloria riempie l’universo. Niente e nessuno può nascondersi da Lui. Come dice San Paolo: «In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo». Il profeta Ezechiele, parlando delle acque vive che scorrono dal lato del tempio di Gerusalemme e che crescono facendo si che la vita nasca intorno, affermò: «Era un torrente che non si poteva attraversare» (Ez 47,5). Questa è l’esperienza di San Giovanni della Croce in carcere. Dio è quel torrente d’acqua che cresce fino a coprire la terra che nessuno può varcare o ignorare.

  • La sua chiarezza mai si può offuscare, ed ogni luce so che lì si accende, benché sia notte

Persino durante i momenti più bui della vita, San Giovanni sa che la vera luce proviene da Dio. Da Egli deriva la conoscenza della verità, i gesti per compiere opere di bene, tutto il bene, il bello e il vero («tutta la luce»).

  • Le sue correnti io so così copiose, che inferno e cielo irrigano, e le genti, benché sia notte

Niente e nessuno può vivere al di fuori di Lui: né i cieli, né la terra, né l’inferno. È qualcosa di misterioso, però nulla potrebbe sopravvivere se Egli non lo mantenesse in vita, neppure coloro i quali hanno scelto di vivere voltando le spalle al proprio amore. Egli rispetta la nostra libertà e non ci distrugge quando lo respingiamo. Ci può sorprendere l’affermazione secondo la quale il grande flusso della misericordia di Dio irriga persino gli inferi. Per cominciare si deve ricordare che ci troviamo dinanzi una citazione della Bibbia, che serve per affermare che l’uomo non può fuggire da Dio, che Egli è onnipresente in tutto l’universo: «Se salgo in cielo tu sarai lì; se scendo nell’abisso [la Vulgata traduce lo Sheol Ebraico con inferi] ti troverò lì» (Sal 139 [138],8); «Anche se fuggiranno nell’abisso, da lì la mia mano li afferrerà; anche se saliranno al cielo, da lì li farò scendere» (Am 9,2). Inoltre, dobbiamo ricordare che il credo afferma che Gesù Cristo «scese agli inferi», nel luogo della morte e della disperazione per annunciare il Vangelo a coloro i quali erano morti senza aver avuto la possibilità di conoscerlo.
I tre versi seguenti spiegano che la fonte dalla quale tutto ha origine, che preserva tutto ciò che esiste e verso cui tutto prosegue, è Dio trinitario. Il Padre è la fonte dalla quale nasce il Figlio (versetto 7), e dalla comunione tra il Padre e il Figlio scaturisce lo Spirito Santo (versetto 8). I tre condividono la stessa vita, lo stesso essere, lo stesso amore, la stessa gioia (versetto 9). Per comprendere questi versi, ricordiamo il testo delle Romanze che parla delle relazioni d’amore tra le persone divine. «Come l’Amato nell’Amante, l’un nell’altro dimorava, e l’amore che li unisce in unità confluiva e con l’uno e con l’altro in eguaglianza e valore; tre persone e un solo Amato erano le stesse tre. (R 21-28).

Max Hunziker (1901-1976),
Ramo fiorito e ragazza (1972)
  • La corrente che nasce da tal fonte la so altrettanto vasta e onnipotente, benché sia notte

Il Figlio è il flusso che sgorga dalla sorgente che è il Padre. Il Figlio è altrettanto illimitato – «capace» e potente – «onnipotente» – come il Padre, della sua stessa natura, divino come lui.

  • La corrente che dalle due procede, so che nessuna d’esse la precede, benché sia notte

Lo Spirito Santo è il flusso della vita e dell’amore che proviene dal Padre e dal Figlio, come recitiamo nel credo e possiede la loro stessa dignità. «Nessuno lo precede» nella gloria o nel potere. Il Padre il Figlio e lo Spirito Santo condividono lo stesso essere, la stessa vita, lo stesso amore. San Giovanni della Croce lo spiega nel Cantico Spirituale: «Il cui presente flusso/torrente è lo Spirito Santo, perché come dice San Giovanni, egli è il fiume splendente di acqua viva che nasce dal trono di Dio e di Gesù Cristo, le cui acque, essendo amore profondo di Dio, riempiono profondamente l’anima e la nutrono con questo flusso d’amore» (C 26,1).

  • [So ben che tre in una sola acqua viva risiedono, e l’una dall’altra deriva, benché sia notte]

Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo possiedono la stessa «acqua», lo stesso essere, la stessa identità, lo stesso amore. La possiedono e la condividono perché sin dall’eternità Dio è dono e accoglienza. Si sta parlando di ciò che i Padri greci chiamano perijòresis (flusso d’amore all’interno della trinità, senza mescolanza o confusione delle persone divine). Con lo stesso significato i Padri latini usarono la categoria circuminsessio.
Gli ultimi 4 versi parlano della comunicazione di Dio con gli uomini. Colui che ha creato tutto e lo mantiene vivo vuole donarsi all’essere umano. Per questo si fa piccolo, si rende presente in un po’ di pane. Non solo per stare vicino agli uomini, ma anche per consegnarsi a loro come compagno di viaggio e come nutrimento. Per capire questi versi ricordiamo il discorso del pane della vita: «Io sono il pane della vita. Chi verrà a me non avrà fame e chi crederà in me non avrà mai più sete. Io sono il pane vivo che è disceso dal cielo; colui che si nutrirà di questo pane vivrà per l’eternità. E il pane che darò è la mia carne per la vita del mondo» (Jn 6,35-51).

Max Hunziker (1901-1976),
Favo mistico
  • Questa divina fonte sta nascosta in questo vivo pan, per darci vita, benché sia notte

Nel «pane vivo» dell’Eucarestia è presente Cristo resuscitato (il suo corpo, la sua anima, la sua umanità e la sua divinità) e, in Lui, la Santissima Trinità. Dio è presente nell’Eucarestia per darci la sua stessa vita, per comunicarci il suo amore. Il primo verso cominciò affermando: «Quella sorgente eterna è nascosta». Tuttavia, essa dice «Questa esterna fonte è nascosta». Non parla più di Quella, ma di Questa. Nell’Eucarestia, il Dio trascendente e inconcepibile è vicino per amore. Nel primo verso si parlava di un Dio nascosto, perché è incomprensibile e inaccessibile all’uomo. Qui, si parla di un Dio nascosto nel pane, perché si fa volontariamente piccolo per stare con noi, per essere il nostro cibo.

  • Qui se ne sta chiamando le creature, a saziarsi a quest’acqua, anche se al buio perché è di notte

Tutti sono invitati a nutrirsi del pane della vita. Con Esso saziamo la nostra vera fame e sete – il desiderio di vita eterna che nidifica nel più profondo dei nostri cuori -. Ciò si realizza nell’oscurità della fede, perché mentre viviamo in questo mondo non possiamo vedere Dio faccia a faccia, ma già assaporiamo l’intimità con lui, la sua amicizia, come pregustazione della vita eterna.

  • [in questa notte oscura della vita, conosco io ben per fede la fonte fredda, anche se è notte]

Molti manoscritti antichi non includono questo verso, sebbene alcuni lo facciano. Ecco perché gli editori esitano al momento di introdurlo nella poesia. Di fatti, non aggiunge nulla di nuovo a ciò che stiamo dicendo. Per comprenderlo bisogna ricordare i Romanzi medievali che cantano la «fonte frida» (che significa sorgente fresca). Specialmente quello che comincia dicendo: «sorgente fresca, sorgente fresca, sorgente fresca e con amore, fa che tutte le aveciche trovino consolazione, ma è la tortora che è vedova e nel dolore». L’anima credente sa dove si trova la sorgente fresca, dove trovano consolazione le aveciche e dove si intrattengono in giochi d’amore: nel pane dell’Eucarestia.

  • Questa fonte viva a cui anelo, in questo pan di vita io la vedo, benché sia notte

Cristo è il vero pane della vita eterna. L’Eucarestia soddisfa il nostro desiderio più profondo ed è molto più di quanto possiamo immaginare: è Cristo stesso, e con Lui sono sempre presenti il Padre e lo Spirito Santo. La fonte, che il mio cuore desidera, si trova in questo pane. Ricordiamoci che San Giovanni della Croce dice che Dio è una «Fonte abissale di amore» (C 12,9) e che «con l’onnipotenza del suo amore abissale assorbe l’anima in sé» (C 31,2), «la assorbe il Padre, potente e forte nell’abbraccio abissale della sua dolcezza» (L1 1,15).
A questa «fonte abissale» corrisponde un «desiderio abissale» dell’uomo: «Essa è dominata da quell’immenso desiderio d’unione con Dio» (C 17,1). Un desiderio che non può essere soddisfatto con nulla che si trovi in questo mondo, soltanto con Dio stesso, perché i poteri dell’anima sono tanto profondi quanto più sono capaci di grandi beni, poiché non si riempiono con meno dell’infinito» (L1 3,18); «La capacità di queste caverne è dunque profonda, poiché profondo e infinito è ciò che vi può essere contenuto: Dio. Altrettanto infinita, in un certo senso sarà la loro capacità» (L1 3,22).
Non dobbiamo confondere questo «desiderio abissale», che si nasconde nella parte più profonda del nostro essere e che non potremo mai zittire del tutto, anche se cercheremo di ignorarlo con gli altri desideri umani, che san Giovanni della Croce chiama «appetiti». Infatti, in una delle sue sentenze dice: «Rinnega i tuoi desideri e troverai ciò che desidera il tuo cuore» (D 15). Il principale desiderio dell’uomo è la vita vissuta con pienezza di significato, la vita eterna, bere acqua dalla «fonte che zampilla e scorre» e la risposta a questo desiderio si trova a nostra disposizione nel pane dell’Eucarestia. Oh che meravigliosa dimostrazione d’amore da parte di Dio per le sue creature! Oh che prodigio ineguagliabile di tenerezza e di pietà! Benedetto tu sia sempre Signore, Benedetto tu sia! Amen.

Max Hunziker (1901-1976),
Vergine con bambino

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