Cattolici in Turchia

Giuridicamente non esistono, eppure ci sono, vivono e lavorano in Turchia. La Chiesa cattolica, che conta lo 0,05 della popolazione, circa 35.000 persone, dalla nascita della Repubblica Turca vive una situazione difficile, segnata in anni recenti dall’omicidio di un suo sacerdote, don Andrea Santoro, e di un suo vescovo, Mons. Luigi Padovese. Ma forse qualche timido segnale positivo oggi si manifesta: per la prima volta in aprile i vescovi cattolici sono stati invitati dal governo a una consultazione in vista della revisione della Costituzione insieme agli altri esponenti cristiani. Mentre il grande Paese, caratterizzato da uno sviluppo economico straordinario e deciso ad entrare nell’Unione nonostante una certa freddezza europea, è sempre più protagonista dello scacchiere mediorientale. Intervista a S.E. Mons. Louis Pelâtre, Vicario Apostolico d’Istanbul.

Intervista a Mons. Louis Pelâtre, Vicario Apostolico di Istanbul

Come procede la vita della comunità cattolica in Turchia? Io sono arrivato qui ormai più di quarant’anni fa e sono Vescovo da vent’anni. La situazione è molto cambiata, è evoluta, mi sembra piuttosto positivamente, anche se ciò non significa che le cose cambino rapidamente come vorremmo. Ci vuole pazienza, ma non mancano i segni positivi. Per esempio giorni fa siamo stati invitati come Vescovi cattolici a partecipare alle consultazioni per la nuova Costituzione. Io personalmente non nutro particolari speranze in questo campo, ma il gesto in sé è stato significativo: questo invito ha voluto dire che accettano il fatto che noi esistiamo, ciò che chiediamo da tempo. Inizialmente avevano invitato il Patriarca ortodosso e il Patriarca armeno, mentre avevano ignorato noi cattolici. Poi l’ambasciatore della Turchia presso la Santa Sede ha rilevato l’anomalia e ha chiesto che fossimo consultati anche noi. E così è stato: siamo stati ricevuti con grande cortesia e abbiamo potuto esporre la nostra situazione. Qui in Turchia il problema sta soprattutto nella questione della proprietà dei beni immobili della Chiesa, non tanto nei rapporti con la popolazione locale, che sono buoni. Le nostre difficoltà sono di carattere principalmente giuridico: quello che chiediamo da decenni è il riconoscimento dello statuto giuridico della Chiesa cattolica in Turchia. Perché noi qui giuridicamente non esistiamo. Certo, dobbiamo ammettere che anche in molti altri Paesi la situazione è la medesima. In occasione dell’incontro ci è stato detto che si valuterà quello che si potrà fare e quello che si potrà cambiare, ma che è un problema non risolvibile a livello di riscrittura della Costituzione. Stiamo a vedere come evolverà la questione, ma certo si è trattato di un gesto positivo. Io sono francese: la Costituzione della Repubblica turca del 1923 è stata fatta sul modello francese. Anche in Francia la Chiesa cattolica, dopo la separazione tra Stato e Chiesa, giuridicamente non esisteva. Sono allora state create associazioni diocesane im modo da poter compiere vari atti legali, come acquisti, vendite e affitti… Noi non chiediamo privilegi, lo voglio ribadire con chiarezza, ma diritti pari a quelli degli altri cittadini.

Il cambiamento che è avvenuto e sta avvenendo in un certo senso a vantaggio anche dei cristiani, paradossalmente è stato messo in moto da un partito a evidente riferimento islamico. Che ne pensa? In un certo senso questo è vero, ma l’AKP non è un partito “islamista”. I media usano questa espressione per semplificare. Tra l’altro nel nome del partito, che significa Partito della Giustizia e dello Sviluppo, non compare nennmeno la parola Islam. Certo Erdoğan e i suoi hanno vinto facendo leva sulle convinzioni e sull’identità musulmana del popolo. Ma si può comprendere meglio questo fenomeno, considerando per esempio quanto è avvenuto in Francia dopo la prima guerra mondiale. Noi cattolici abbiamo subito tante pressioni, dovevamo vivere come se non esistessimo. In Turchia è accaduto lo stesso ai musulmani, per certi versi. Erdoğan ha puntato su di loro, sui turchi musulmani e orgogliosi di esserlo, sul loro attaccamento alla tradizione e ha vinto le elezioni. Vuol dire che è islamista? No, vuol dire prendere atto che anche i credenti hanno avuto il diritto di esprimersi e mostrarsi a suo favore..

Qual è la sua opinione sul partito di Erdogan? Posso dire che il partito AKP non è omogeneo al suo interno, c’è l’ala di destra, di sinistra e di centro. Ovunque i leader politici devono fare i conti con diverse correnti. E nel caso turco bisogna riconoscere che Erdoğan è un abile politico, che sa tenere insieme le diverse anime.

Ha avuto occasione di conoscerlo personalmente? L’ho solo incontrato qualche volta quando era sindaco di Istanbul. I rapporti sono sempre stati cordiali. Il Paese è grande e lui non può avere il controllo di tutto quello che capita. Possono verificarsi casi di corruzione e abusi. Ma ritengo che, se ha vinto le elezioni, è perché si è dimostrato migliore di altri: sa parlare in modo diretto e semplice con il popolo. Non ci vogliono grandi sfumature e discorsi ardui per vincere le elezioni. La democrazia è questa: il popolo sceglie le persone da cui vuole essere governato. Il punto è che ci sarebbe bisogno di un’opposizione ben organizzata, ma purtroppo non esiste. La Turchia non sfugge alle leggi del gioco democratico.

Lei ritiene che la Turchia sia pienamente democratica? Se la pratica democratica non è così solida, tuttavia occorre rilevare che negli ultimi anni si sono svolte delle elezioni regolari. Il popolo vota e sì, si può dire che la Turchia sia un Paese democratico.

Ha potuto rilevare nel corso dei quarant’anni trascorsi in Turchia un aumento del fanatismo religioso? Questo governo ha reso meno rigida la laicità di Stato e le leggi a essa ispirate. Quando sono arrivato non era così. Oggi si nota certamente l’esposizione più esplicita di simboli religiosi, per esempio il numero delle donne velate è cresciuto rispetto al passato…

Ritiene che questo sia dannoso per la società turca? Per ora no. Non è pericoloso se le donne si velano. Per ciò che conta è la libertà. È pericoloso che le donne subiscano pressioni ideologiche. Ma quando questo succede non è frutto della tradizione locale, ma di influenze esterne. Per esempio ho sentito dire che alcune donne sono pagate per indossare il velo…

Per fare propaganda? Qualcuno dice che sta accadendo anche questo. Ma io sono convinto che questo livello di fanatismo non fa parte della Turchia reale, ma viene piuttosto da altri Paesi musulmani.

Sono così influenti qui? Cercano di influenzare la società, ma per ora non ci sono riusciti. Occorre tuttavia essere prudenti, bisogna sempre difendersi.

Come considera l’andamento del processo di adesione della Turchia all’Unione europea? I turchi erano molto motivati all’inizio, ma ora sono stanchi perché non capiscono l’atteggiamento europeo e si domandano se la loro adesione sia voluta o meno. Alcuni si chiedono: «Se non ci vogliono, perché insistere?». Altri ritengono che come Stato la Turchia non abbia alcun bisogno di entrare nell’Unione europea e considerano una vera ingiustizia nei loro confronti la situazione attuale. Non comprendono perché Paesi che hanno fatto la domanda di ingresso dopo la Turchia, come la Bulgaria o la Romania, siano già entrati nell’Unione. I turchi sono orgogliosi e si sentono umiliati dal comportamento di alcuni Stati. Ormai si coglie un certo disinteresse tra il popolo su questo tema, mentre il governo continua la sua marcia per ottenere il riconoscimento. In ogni caso molte persone credono che anche se non si arriverà all’ingresso formale nell’Unione, si potranno trovare altre strade. Per esempio ho sentito uomini d’affari dire: «La Turchia è già nell’Europa di fatto, non importa se non lo è ancora a livello delle istituzioni comunitarie. Gli accordi culturali, commerciali e doganali stipulati funzionano bene». Se l’Europa non vuole accogliere la Turchia, affermano questi imprenditori, sarà l’Europa a perderci, non la Turchia. In Europa c’è paura per l’Islam, ecco il punto.

Ritiene che la situazione delle minoranze possa migliorare con l’ingresso della Turchia nell’UE? Certo. Il Patriarca ortodosso Bartolomeo e il Patriarca armeno hanno dichiarato apertamente di essere favorevoli all’ingresso della Turchia in Europa. E con loro anche noi speriamo che l’adesione possa favorire la soluzione dei nostri problemi.

Il fatto che la Chiesa cattolica non sia riconosciuta giuridicamente in Turchia cosa comporta per la vita quotidiana concreta dei fedeli? Nella vita ordinaria dei singoli fedeli questo non comporta particolari problemi, mentre rende difficile la vita della Chiesa in quanto istituzione. Un semplice esempio: sono il Vicario Apostolico qui, Vescovo di questa diocesi, ma non posso aprire un conto in banca a nome della diocesi. Perché la diocesi “non esiste” legalmente. Devo aprire un conto personale e questo è molto disagevole. Altrettanto poco chiara è la situazione dei beni immobili: tutte le nostre chiese esistevano prima della Repubblica, poi la situazione si è radicalmente complicata. Non sono certo neppure che un eventuale riconoscimento giuridico potrebbe risolvere questa situazione in un colpo solo. Occorrerebbe regolare e chiarire tutti gli aspetti di proprietà.

Ma se questo riconoscimento dello statuto giuridico non può entrare nella Costituzione, cosa propongono come via di soluzione? Propongono di fare una legge. Ma per me sarà molto difficile che questo avvenga. Come si ppuò immaginare che il Parlamento di uno Stato grande come la Turchia discuta una legge che riguarda una minoranza di cui, al di fuori di Istanbul, il popolo conosce pochissimo? Credo che forse come cattolici dovremmo perseguire un’altra via, sull’esempio francese: in Francia la Chiesa cattolica, che non è riconosciuta come persona giuridica, si è costituita in associazioni diocesane che hanno statuto giuridico.

Com’è la situazione quanto alla libertà religiosa? Noi godiamo della libertà di culto, ma la libertà religiosa è più di questo. Noi qui non abbiamo il diritto, ad esempio, di fondare un’associazione di giovani, perché non avrebbe alcun valore legale. Ci costringono di fatto a chiuderci in un recinto, in fondo, secondo me, temono il proselitismo. I turchi non vogliono una Chiesa cattolica turca.

Ci sono convertiti? E hanno problemi con le loro famiglie? Sì, i pochi convertiti hanno problemi con le famiglie di origine che non accettano la conversione.

Marialaura Conte, Michele Brignone 11/05/2012

 

fonte www.oasiscenter.eu

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