Fra Piergiorgio dell’Immacolata

28 ottobre 1944 – 22 dicembre 2025

Piergiorgio Mantovani nasce il 28 ottobre 1944 a Santa Maria in Stelle, nel Veronese, e viene battezzato quindici giorni dopo, il 12 novembre. Figlio di Riccardo, impiegato comunale segnato dalla povertà del dopoguerra, e di Angela Spigariol, ricamatrice instancabile e donna di grande laboriosità, cresce come secondo di sei figli in una famiglia che fa il possibile, senza però riuscire sempre a essere presente come avrebbe desiderato. L’infanzia di Piergiorgio è sobria, a tratti dura, segnata da un’educazione severa e da un clima familiare faticoso: una vera scuola di vita, nel bene e nel male.

È un bambino sveglio, vivace e curioso. Trascorre molto tempo nei chiostri del convento dei Minori di San Bernardino, dove respira per la prima volta l’aria della vita consacrata, anche se in modo tutt’altro che devoto. Con altri ragazzi gioca persino durante le funzioni liturgiche, facendo perdere la pazienza al padre guardiano. Eppure, sotto quella vivacità irrequieta, qualcosa mette radici.

Riceve il sacramento della cresima il 25 aprile 1953. Frequenta le scuole elementari in Borgo Venezia dal 1950 al 1954, poi passa all’Avviamento al lavoro (1954-1957) e successivamente all’Istituto Professionale (1957-1959). Dopo un esame integrativo di italiano e tedesco accede al secondo anno dell’Istituto Tecnico Industriale “G. Ferraris”, che frequenta dal 1959 al 1964.

Piergiorgio emerge come una figura di straordinario talento, dotato di un’intelligenza viva e instancabile che lo spingeva, giorno dopo giorno, a conoscere e approfondire sempre qualcosa di nuovo. La sua mente curiosa non conosceva confini: si interessava di tutto, con un’attenzione autentica e appassionata, dando prova di una cultura ampia e solida.

Nel 1960 avverte una chiamata interiore e si iscrive al Terz’Ordine secolare carmelitano, assumendo il nome di fra Giovanni dell’Immacolata.

A vent’anni compiuti, confida al padre, che lo esortava a iscriversi alla facoltà di ingegneria, la sua vocazione religiosa. Il padre non accetta la sua scelta e gli dice che, se fosse uscito di casa, non sarebbe più potuto rientrare. Piergiorgio, di fronte a quelle parole, lascia le chiavi sul tavolo e si reca dai Carmelitani Scalzi. La famiglia faticherà a lungo ad accettare la sua vocazione, tanto che il padre arriverà perfino a proibire di pronunciare il suo nome in casa.

Alla fine di agosto 1964 entra come postulante nel convento di Trento. Qui studia latino con padre Davide, greco con padre Eliseo e, insieme agli altri postulanti, lettere, filosofia e storia dell’arte.

Nel 1965-1966 vive il noviziato a Mantova, dove assume il nuovo nome religioso di fra Piergiorgio dell’Immacolata sotto la guida di padre Luciano, insieme ai compagni Franco Padio, Antonino Mangiafico, Giuseppe Toffan, Francesco Tommasori e altri.

Dal 1966 al 1968 studia filosofia a Trento. In quegli anni riconosce di avere difficoltà soprattutto nella costanza e nella generosità totale richiesta dalla vita religiosa. Allo stesso tempo individua in sé tre qualità fondamentali: socialità, intelligenza e forza di volontà. Emette la prima professione il 23 settembre 1966 a Mantova e la professione solenne l’8 dicembre 1969 a Brescia, nelle mani di padre Michelangelo di San Giuseppe.

Tra i molti uffici che fra Piergiorgio svolse con umiltà e silenziosa fedeltà vi sono stati: cuoco, bibliotecario, ortolano, economo, ma fu soprattutto nel servizio di infermiere che la sua vocazione raggiunse una profondità luminosa. Innumerevoli volte lo si vide accanto ai confratelli malati, vegliare le loro notti, asciugare fronti sudate, somministrare medicine e parole di conforto con la stessa attenzione amorevole. Non si risparmiava: anticipava i bisogni, portava su di sé il peso della sofferenza altrui, trasformando ogni gesto in preghiera incarnata. La sua dedizione era assoluta, fino allo spezzarsi per loro, come pane donato senza misura; nel consumarsi giorno dopo giorno per i fratelli più fragili, fra Piergiorgio testimoniava che la carità vera non conosce orari né stanchezza, ma si fa carne, presenza e dono totale.

Fin dal noviziato, Piergiorgio comprende di non essere chiamato al sacerdozio e decide di non chiedere l’ordinazione, definendo questa scelta «frutto di una seria e disinteressata presa di coscienza del Vangelo». Ritiene che il fratello religioso non chierico sia essenziale nella Chiesa, perché, con la vita consacrata, la fraternità e il servizio concreto, testimonia il Vangelo in modo attivo e completo senza ricevere gli ordini sacri.

Ottiene la licenza in teologia nel seminario di Brescia e si forma come infermiere professionale. Dal 1969 vive in diversi conventi della Provincia: Bolzano, Brescia e Venezia.

Da religioso impara a padroneggiare diverse lingue straniere come l’inglese, lo spagnolo e il tedesco e sviluppa anche una buona familiarità con il francese, segno di un’apertura mentale rara e di un costante desiderio di comunicare e comprendere il mondo. La sua curiosità intellettuale non rimane mai astratta, ma si traduce in azione concreta. Spinto dal desiderio di mettere le proprie competenze al servizio degli altri, riesce a creare autonomamente una pagina web, strutturata in modo esperto e funzionale, frutto di studio, dedizione e competenza tecnica. Quel progetto non era fine a se stesso, ma diventava uno strumento prezioso per la comunità, testimonianza di come il suo sapere fosse sempre orientato alla condivisione e al bene comune.

Non sappiamo quando fra Piergiorgio si sia innamorato della Parola di Dio, ma il suo amore per essa non fu un gesto occasionale: divenne il ritmo stesso della sua vita. La Regola invita a meditare giorno e notte: per lui non era un semplice consiglio spirituale, ma il battito quotidiano dell’anima che si lasciava plasmare dal Signore. Ogni pagina e ogni versetto erano un incontro vivo con Cristo, un nutrimento che trasformava il cuore e orientava ogni sua azione. Nella Parola camminava con Dio, passo dopo passo, illuminato dalla sua sapienza, custodendo quel silenzio interiore in cui il divino parla più forte di ogni rumore del mondo. Era un amore che non si consumava, ma cresceva nella fedeltà quotidiana, come un fuoco lento e costante nella cella del cuore.

Chiede al provinciale, padre Agostino Cappelletti, di poter vivere all’eremo di Campiglioni, realizzato dal cardinale Ballestero negli anni ’60, per realizzare la vocazione eremitica che sente molto forte. L’eremo, immerso in un bosco di aghifoglie, è un luogo ideale per la contemplazione.

Viene destinato all’eremo, ma nel 1988 il padre generale Filippo Saiz de Baranda lo trasferisce, pochi mesi dopo il suo arrivo, alla comunità del Teresianum, dove rimane per circa dieci anni. Dal 30 luglio 1992 collabora all’amministrazione delle Edizioni e all’economia della facoltà.

Nel 1994 chiede di poter tornare all’eremo di Campiglioni, ma padre Camillo Maccise gli nega il permesso fino al 1997. Dopo aver concluso i suoi incarichi al Teresianum, il provinciale Cappelletti accoglie la richiesta e il 7 aprile 1998 arriva l’autorizzazione definitiva per il trasferimento all’eremo. Vi vive con padre Redento, padre Giuseppe e padre Pierangelo, ma solo per alcuni mesi.

Piergiorgio desidera vivere la vita eremitica nel Carmelo teresiano, cercando Dio attraverso preghiera, solitudine e contemplazione. Pur vivendo un certo isolamento, partecipa alla vita della comunità, mantenendo silenzio, povertà e semplicità, e offrendo la propria preghiera come servizio silenzioso alla Chiesa. La sua scelta è una chiamata alla totale interiorità e alla comunione con Dio.

In quel periodo avviene la scissione della Sicilia dalla Provincia Veneta: il 10 ottobre 1998 il Definitorio Generale dell’Ordine decreta l’erezione del commissariato di Sicilia e a Piergiorgio viene chiesto di aderire al nuovo organismo. Accetta come eremita residente a Campiglioni. La mancanza di frati in Sicilia lo porta però a trasferirsi sull’isola e, per un malinteso con il padre generale, viene assegnato al servizio di questa piccola realtà. Poco dopo, per mancanza di frati desiderosi della vita eremitica, l’eremo chiude. Dai suoi racconti agli studenti sappiamo che la vita all’eremo si svolgeva tra la preghiera liturgica monastica — che allora comprendeva l’Ufficio delle Letture all’una di notte, con nove notturni e sei letture — il lavoro manuale e il silenzio, rotto solo dopo nona la domenica.

Tra il 2001 e il 2002 è nominato maestro dei postulanti a Monte Carmelo.

Dal 2003 al 2008 vive in Terra Santa, a Muhraqa, luogo legato al profeta Elia sul Monte Carmelo. Cammina sulle orme di padre Prospero dello Spirito Santo che, nel 1630, salpò da Palermo per fondare un convento sul Monte Carmelo, avendo ottenuto dall’emiro Turabay la piccola grotta della Madonna. Fra Piergiorgio rimane a Muhraqa e si presta come guida ai numerosi turisti e pellegrini che visitano i santuari di Maris Stella e Muhraqa. La sua presenza in quei luoghi contribuisce alla continuità della presenza carmelitana sul monte dove l’Ordine ha avuto origine.

Nel 2008 viene trasferito dal convento di Stella Maris al Commissariato di Sicilia. Da quell’anno fino al 2025 vive nel convento Monte Carmelo di Villasmundo (Siracusa), casa di noviziato del Commissariato siciliano. Negli anni svolge anche il servizio di assistente spirituale dell’Ordine Secolare di Lentini e, per un triennio, della Confraternita della Madonna del Carmine di Vizzini. Tiene inoltre diversi corsi di lectio divina.

Fra Piergiorgio amava la cultura ebraica, ma il suo incontro con il mondo ebraico non fu una curiosità intellettuale: fu la scoperta di una radice viva, essenziale alla sua stessa fede. Non era un attaccamento di natura nazionalistica o politica, ma il riconoscimento di un vincolo divino indissolubile.

La sua passione si accende nello studio delle Scritture. Leggendo l’Antico Testamento, Piergiorgio non vedeva solo storie antiche, ma la trama di un’alleanza eterna: capiva che Dio si era legato a quel popolo con promesse mai revocate. Il suo amore era teologico e profondo: sapeva che la fede in Cristo dipendeva interamente da Israele. Da quel popolo era nata Maria; dalla stirpe di Davide era venuto al mondo il Figlio Unigenito. Per lui il cristianesimo non era un’alternativa a Israele, ma il suo pieno compimento, il ramo innestato sull’ulivo di cui parla San Paolo.

Questo legame spirituale lo porta ad abbracciare con fervore la cultura e le tradizioni ebraiche. Conoscere il Talmud, il rito del Pesach non solo come memoria dell’Esodo ma come prefigurazione dell’Eucaristia, o semplicemente studiare la lingua ebraica, diventano per lui atti di venerazione.

Proprio per questa intensa consapevolezza della sacralità di quel popolo, fra Piergiorgio si addentra, con orrore e profonda commozione, nello studio della Shoah. Conoscere i crimini inenarrabili e la logica di sterminio contro gli Ebrei diventa per lui una dolorosa purificazione della memoria cristiana. Non lo vive con rabbia generica, ma con il senso di una ferita inferta al cuore stesso della sua fede. Ogni vittima della Shoah, per lui, non era solo una persona, ma un membro del popolo eletto e amato da Dio.

Nella sua preghiera percepisce che i fratelli ebrei non sono estranei al disegno di Dio. L’alleanza di Dio con Israele resta valida, e la loro storia fa parte della vita stessa di Cristo e del mistero della redenzione. Così fra Piergiorgio prega: con devozione, senza giudizio, senza correggere, ma con amore partecipato.

Sa che la Chiesa è figlia di Israele, porta in sé la memoria delle promesse ai patriarchi, e ogni sua preghiera è radicata in questa storia sacra. Così ogni gesto di carità diventa un modo di partecipare al mistero del Corpo di Cristo e di cooperare con Lui nella costruzione di un mondo dove l’amore vinca le divisioni e il Suo Corpo sia segno di unità e speranza.

Così, l’amore di fra Piergiorgio per il popolo ebraico diventa un pilastro del suo ministero: un amore radicato nella sua identità cristiana, che lo spingeva a onorare e proteggere i “fratelli maggiori” nell’Alleanza. Era convinto che, per un cristiano, amare Cristo significasse amare il popolo che Lo ha generato.

Fra Piergiorgio sa che il suo servizio, per quanto umile, ha valore quando è vissuto con cuore puro: nel lavoro silenzioso, nella cura dei fratelli, nella contemplazione e nella sofferenza offerta. Tutto diventa preghiera incarnata, un atto d’amore tra cielo e terra. Prega perché Israele, che occupa un posto unico nel mistero del Corpo di Cristo, continui il suo cammino sotto lo sguardo misericordioso del Signore, e perché tutta la storia tenda alla riconciliazione finale nel Messia, quando ogni lacrima sarà asciugata e ogni separazione sanata.

Così egli vive la preghiera come via di carità e contemplazione, portando nel cuore la memoria dei patriarchi e la speranza della pienezza dei tempi. Non prega solo per sé o per la Chiesa, ma per tutti i figli di Dio: così la sua vita diventa un continuo “sì” al Signore, un’offerta costante e una partecipazione attiva al mistero della salvezza universale.

Fra Piergiorgio, come molti di noi, ha amato la Chiesa: l’ha amata come una Madre, la Sposa immacolata di Cristo, la Gerusalemme celeste che è sempre e solo santa. Ma c’è un’altra Chiesa: quella che cammina nella storia, fatta di carne, di limiti e inevitabilmente di peccato.

È in questa distinzione che nasce la sua grande crisi di fede, la sua “Notte della Chiesa”. Non ha mai dubitato di Cristo, ma ha guardato, con occhi aperti e dolenti, la Chiesa fatta da persone: le sue ombre, le sue cadute, le sue lentezze. Ha visto, talvolta, la Sposa macchiata e resa mercante dalle mani di chi avrebbe dovuto servirla.

Questo turbamento lo segna profondamente. Vive una notte passiva: un’aridità che gli toglie il gusto della preghiera, spogliandolo di ogni consolazione. È costretto a rimanere e a credere non per il conforto, ma per un atto puro e nudo di fedeltà a Cristo. Dio stesso gli chiede di amare la Chiesa non per ciò che appare, ma per ciò che è nel mistero: argilla fragile nelle mani del Signore.

Ma Piergiorgio non si arrende. Vive anche una notte attiva, trasformando la critica in preghiera e il giudizio in carità. Non fugge: rimane dentro, come sale in un corpo malato, per purificare prima sé stesso e poi la comunità.

La sua vita ci insegna che la fede non è ingenuità, ma il coraggio di amare ciò che è imperfetto. Mostra che si può attraversare il deserto del dubbio e uscirne con una fede più adulta, fondata non sulle virtù degli uomini, ma sulla promessa di Dio. Nella sua “Notte della Chiesa”, Piergiorgio non perde la fede: ne trova una più vera. E ora, nella luce eterna, ha certamente raggiunto la Chiesa trionfante, finalmente senza macchia né ruga.

Nell’ultimo periodo, la sofferenza non diventa fuga, ma una chiamata a restare. Inizia a vedere che, come frate, è chiamato a portare un pezzo del peso del Corpo di Cristo. Non come eroe, ma come membro. Durante la malattia non perde la pace: ne approfitta invece per entrare più intimamente nella passione di Cristo. La sua sofferenza offerta, piccola ma reale, gli appare come un modo concreto di collaborare con il Signore. Non per “salvare la Chiesa”, ma per entrare nel mistero, lasciando che la fragilità diventi comunione.

A poco a poco il Signore gli insegna a guardare la Chiesa con gli occhi della fede, non solo della logica o dell’emotività. Smette di vederla come un’istituzione piena di limiti e inizia a riconoscerla come un corpo vivo, che cammina, cresce, sbaglia e si rialza. L’ama non per ciò che mostra, fragile e imperfetta, ma per ciò che è: il Corpo glorioso di Cristo nascosto nella polvere del tempo.

Nel settembre 2025 comincia a sentirsi appesantito, come se non digerisse bene, e soffre di un singhiozzo persistente. Per questo, a fine settembre, si procede con accertamenti e il 3 ottobre viene ricoverato all’ospedale di Lentini. Gli viene diagnosticato un carcinoma allo stomaco con presenza di liquido peritoneale. In un primo momento i medici intendono intervenire chirurgicamente per superare l’ostruzione gastrica, unendo due parti dell’intestino (bypass) per permettergli di nutrirsi per via orale. Durante l’operazione, però, a causa dell’avanzamento della malattia, si opta per una procedura meno invasiva: viene eseguita soltanto una digiunostomia per nutrirlo artificialmente.

Nei giorni del suo ricovero, fra Piergiorgio chiedeva al padre Paolo di poter regolare la propria situazione giuridica presso il Commissariato di Sicilia e di esservi incardinato. La richiesta, che presentava al padre Provinciale del Veneto, p. Giuseppe Pozzobon, e al Consiglio del Commissariato, veniva valutata dal padre Generale, il quale, con decreto del 12 ottobre 2025, ne disponeva l’incorporazione definitiva al Commissariato di Sicilia.

Il 28 ottobre, giorno del suo compleanno, fra Piergiorgio viene dimesso. L’operazione non ha dato gli esiti sperati e nemmeno la novena alla Madre Candida, pregata dalla comunità, ha portato la guarigione. Eppure egli conserva una sorprendente serenità.

Alla fine di novembre combatte contro il carcinoma. A chi lo visita dice che il Signore gli ha concesso tanti giorni di gioia e ora gli sta regalando qualche difficoltà fisica, e per tutto lo ringrazia. Lotta dapprima con la febbre tumorale, poi con il vomito. Dal 9 dicembre verrà aiutato a respirare con una bombola di ossigeno.

Fra Piergiorgio, negli ultimi giorni della sua vita, giaceva nel suo modesto letto, il corpo indebolito ma la mente ancora viva e lucida, come un faro acceso in mezzo alla nebbia. Più volte desiderava ardentemente parlare con il suo Provinciale, cercando conforto e scambio di pensieri sulle vicende dell’Ordine e della Chiesa. Con voce appena percettibile chiedeva notizie delle monache, della federazione delle monache in Sicilia, del Padre Generale, dell’Ordine Secolare, come se ogni dettaglio potesse alimentare il suo cuore premuroso. Si assicurava che ai laici venisse raccomandato con fermezza di coltivare la formazione, di non cedere mai alla sudditanza verso gli assistenti spirituali, di prendere in mano la propria crescita nella fede con responsabilità e discernimento adulto. Non mancava di condividere i suoi pensieri sulla pastorale giovanile, invitando a guidare i giovani con pazienza, rispetto e passione autentica. Tutto in lui rivelava un amore profondo per l’Ordine, una costante preoccupazione per la situazione ecclesiale che si viveva, e una devozione intensa alla Chiesa, della quale si sentiva figlio, pulsante come il cuore di santa Teresa di Avila che aveva scelto come madre spirituale. In quegli ultimi momenti, ogni respiro, ogni parola, era un atto di cura e di passione per la comunità di cui faceva parte e per la Chiesa intera.

Figlio di Teresa di Gesù e di Giovanni della Croce, fra Piergiorgio attende lo Sposo, consumando i giorni come cera davanti al fuoco. Più volte chiede che sia spezzata la tela della sua vita, perché nessun filo lo trattenga ancora lontano dall’Incontro. Nella notte del 22 dicembre, alle ore 0,55, mentre un confratello veglia accanto a lui e intercede perché il Cristo veniente non indugi oltre, l’anima esce silenziosa dal corpo come sposa chiamata per nome. E lo Sposo non tarda: attraversa l’ombra, rompe l’ultimo velo e si unisce all’anima amata, che a Lui consegna senza riserva corpo e respiro. Così, nel segreto della notte, si compiono le nozze eterne, e ciò che è desiderio diventa possesso senza fine.